giovedì 1 maggio 2008

Anni 90

Tratto da www.anni90.org

Alternative Music
Scritto da Lollodj, Lunedì, 11 Giugno, 2007 alle 15:16


Alternative rock, mai nella vita due parole mi hanno provocato sentimenti tanto contrastanti come alternative Rock.

Ogni decennio è caratterizzato da uno stile musicale, d’accordo, ma la musica degli anni 90 aveva qualcosa di particolare, qualcosa che fu frettolosamente descritto con questa grande ma vuota parola, “alternative”.
Alternativo poi a cosa, in fondo nessuno lo ha mai capito.
Io avrei utilizzato una espressione molto più semplice e diretta: musica intelligente, o ancora più semplicemente, bella.
Musica che affondava le radici nelle ceneri del punk americano, morto di fatto già nel 1982, ma che contaminò come un fall out radioattivo tutta la nascente scena underground, che, esaurita la furia politica ed iconoclasta tipica soprattutto del punk californiano, continuò a svilupparne le tematiche nichiliste, l’estetica controcorrente e l’attitudine all’autoproduzione e al controllo creativo totale sul prodotto finale, anche a discapito di un maggior successo commerciale.
Erano gli anni del post punk, degli eterei Pixies, dei pesantissimi e monumentali Melvins, dei carismatici Sonic Youth, degli sperimentali Dinosaurs Jr, relegati ai circuiti uderground di appassionati e alle college radio, mentre sui grandi network, su MTV, e nelle arene, si consumavano gli ultimi patetici eccessi dell’hair metal, dei fuseaux rosa, del glam più ridicolo e ormai ridotto a un circo burlesque.
Fu un ragazzino biondo (e dannatamente figo) cresciuto nei dintorni di Seattle a cambiare la storia.
Amico di lunga data dei Melvins, cresciuto nella Seattle della crisi economica e delle disillusioni, Kurt Cobain riversò come moltissimi adolescenti nel mondo, la sua rabbia in musica, cercando di scrivere canzoni che avessero “la melodia dei Pixies e l’energia dei Ramones” (come ebbe modo di dire più tardi), creando i Nirvana.
Dopo qualche demo e l’album Bleach prodotto dalla Sub Pop (ancora oggi etichetta culto di Seattle), nel 1991 Kurt e soci vennero arruolati dalla Geffen (che insieme ad altre major teneva d’occhio da tempo la scena), pronti a lanciare l’album Nevermind.
Dirà il sig. Geffen in persona, qualche mese prima: “prevediamo che l’album venda come l’ultimo dei Sonic Youth: 200.000 copie sarà un buon risultato, 300.000 un successo”.
L’album venderà, in pochi mesi, 21 milioni di copie. Quello che accadde in quei mesi lontani fu straordinario, tanto da rendere straordinario l’intero decennio; una intera generazione di capelli cotonati, spandex, glam, coretti ed eccessi, cessò semplicemente di esistere.
Forse il pubblico aprì finalmente gli occhi e vide la tristezza e lo squallore di quel mondo, dopo che per anni era stato indottrinato a farselo piacere, a fingere credere che quello fosse il migliore dei mondi possibili.
E invece no, purtroppo questo mondo è ben lungi dall’essere perfetto, e quei nuovi gruppi, quegli artisti in anfibi e camicioni a quadri, cominciarono semplicemente a dircelo, a gridarcelo.
I gruppi alternative cantavano di sentimenti profondi, di amicizia vera, di dolore, di illusioni e fallimenti, di amore, tradimenti, nichilismo totale, frustrazioni esistenziali, scarsa fiducia nel futuro, vuoto completo di significato dell’esistenza, rabbia troppo a lungo repressa.
Molti gruppi vennero tirati fuori dall’anonimato, si coniò il termine “grunge” (su cui torneremo), le radio commerciali si riempiono di Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Radiohead, Stone Temple Pilots, Alice in Chains.
Erano gli anni del Lollapalooza e del Warped tour, si tornò a parlare di musica colta, di profondità dei testi, di impegno sociale e politico, di vivere veramente il proprio spessore artistico senza finzioni o recite.
C’era in giro insomma un sacco di gran bella musica, per chi amava il rock ovviamente (per gli altri c’erano i Take That), che si chiamasse poi alternative, indie, grunge o post punk o post rock o post qualunque-cosa-vi-venga-in-mente non mi interessava un gran che, anche perché continuare a chiamare “alternative” o “underground” gruppi da 10 milioni di copie vendute e tour mondiali cominciava a essere ridicolo, al di la delle facili etichette da scaffale del supermercato.
In realtà la maggior parte dei gruppi realmente alternativi restarono nell’ombra in cui si trovavano nel 1989, magari felici di vendere qualche copia in più ma senza la necessità di diventare star mondiali.
Dopo il grunge e la tragica fucilata che ne decretò la fine, venne il momento di gruppi meno nichilisti ma ugualmente validi, dai Therapy? ai Girls vs. Boys, dai Green Day (si, anche loro!) agli Screaming Trees, dalle L7 ai Foo Fighters. Come spesso accade a ogni ricambio generazionale, ben pochi di loro superarono vivi il decennio, umiliati ora anche da un revival anni 80 che oramai sfiora lo squallore, mentre il pop disimpegnato ha ripreso possesso delle charts e dei palinsesti radiotelevisivi.
Di loro mi restano tanti ottimi album che occupano la maggior parte del mio armadio porta cd, e canzoni stupende cui ho legato momenti bellissimi e intensi.
Questo fa la differenza, emozioni non convenzionali vissute grazie a un momento magico, unico, della musica e della cultura rock, che per un attimo, un breve attimo come negli anni70, sembrò prendere il sopravvento su quella pop. Per intenderci, dalla fine degli anni 90 gli Stati Uniti hanno smesso di produrre musica accettabile, parlo specialmente del rock, e se si escludono pochi casi isolati, sono comunque ormai incapaci di organizzare una vera scena.
Il rock è tornato ad essere british, seguendo un unico ininterrotto flusso che va dai Beatles agli Artic Monkeys, e che negli anni 90 aveva i volti e le frangette di due fratelli di Manchester… ma questa è una storia che racconteremo la prossima volta.

domenica 27 aprile 2008

Ehi sono su MySpace !

Venite a trovarmi ... non che ci sia molto per ora ... però
www.myspace.com/emiliosplace
ciao!

martedì 25 marzo 2008

Classifiche


Mi sono imbattuto in questa classifica stilata da una rivista a me sconosciuta. Ad ogni modo sono abbastanza d'accordo con le posizioni. Notare che il Regno Unito risulta nettamente il vincitore in questa battaglia, salvo alcuni artisti americani di altissimo livello (Pavement , Elliott Smith...) che meritano attenzione...



giovedì 20 dicembre 2007

Musica Cartesiana



La mia come al solito è un’interpretazione soggettiva, non ho ancora letto alcuna critica a proposito ( anche perché i critici musicali nelle loro recensioni si limitano spesso a parlare delle differenze, somiglianze, di sonorità, blà blà blà, di tracce belle o brutte senza però offrire una chiave di lettura di quel lavoro, per renderlo oltre che orecchiabile anche comprensibile, sempre che la musica in questione abbia un senso.. e forse è proprio la mancanza di senso che riduce i critici a non poter parlare)

Oggi sono andato a curiosare sul sito degli Air ( www.pocketsymphony.com ...come il loro ultimo album) a cercare una foto valida da pubblicare con questo post e sono rimasto stupito dalla bellezza del loro sito. E’ il più bello che ho mai visto, è un capolavoro, e sembra riflettere perfettamente il mood dei loro lavori- la musica di sottofondo poi è bellissima e azzeccatissima- Insomma non sbagliano mai un colpo, non lasciano mai nessuno interstizio, nessuna falla.
Ogni cosa è regolata, controllata, regolare, come la loro musica, come il loro sito, le loro foto,… ma mai vuota. Il loro modo di lavorare sembra essere così maniacale e preciso che non puoi togliere una cosa senza rompere quelle composizioni così fragili e in bilico.
Con questo non voglio dire che gli Air sono degli dei e che la loro è la musica più bella del mondo.
Il mio discorso è un altro e rimanda più che altro il loro modo di comporre, e riguarda in definitiva la loro poetica . E’ un po’ che li ascolto, non tanto,perché nonostante mi piacciano molto posso anche farne a meno. La mia è stata più che altro curiosità che si è poi rivelata una piacevole scoperta. La cosa che mi è parsa subito alle orecchie (mi riferisco soprattutto ai primi lavori) è la struttura delle loro canzoni, che appare regolare, simmetrica, dosata come se non si volesse o potesse sbilanciare, complice voluto anche l’uso dell’elettronica che qui sembra essere usata non tanto come tecnica, quanto come espressione.
Dalle loro canzoni traspare cioè un mondo controllato, rigoroso, che appunto non si cede a nessuna passione. L’emozione sembra cioè congelata in riff ripetuti, scansiti, riflessi, poi sovrapposti, come in processi tecnologici. Ma è proprio qui che secondo me gli Air sono dei maestri. Cioè è appunto questo mondo freddo che genera emozioni, che riflettono la loro provenienza, ma pur sempre emozioni. Mi viene adesso in mente il video di Bjork dove i due robot si baciano e abbracciano come degli umani. Il paragone non è approppriatissimo, perché li è l’emozione vera che vince su quella tecnica, negli Air è esattamente il contrario a mio parere. E ciò che ci emoziona secondo me è forse il fatto che un po’ quelle emozioni sembrano averci toccato, o forse ne abbiamo solo paura, perchè sentiamo la vicinanza così pericolosa di quel mondo, che ormai ci ha quasi conquistato.Sembra una critica, la mia invece è più che altro un elogio, perché ritengo gli Air attualissimi, bravissimi , ma soprattutto unici per il genere di sensazioni che riescono a offire

martedì 23 ottobre 2007

Il Britpop secondo me

A dieci anni dalla scomparsa del genere musicale che mi ha segnato più profondamente rendo omaggio con ua personalissimo riassunto:

Miglior gruppo: Blur
Miglior album : “What’s The Story Morning Glory?” ,1995, Oasis
Miglior canzone : “Don’t Look Back in Anger”, 1995, Oasis
Miglior cantante M : Jarvis Cocker, Pulp
Miglior cantante F: Louise Wener, Sleeper
Miglior chitarrista: Graham Coxon, Blur
Miglior rockstar: Noel Gallagher, Oasis
Miglior frontman: Jarvis Cocker, Pulp

L’album che ha segnato l’inizio: Parklife, 1994, Blur
L’album che ha segnato la fine: Blur, 1997, Blur
Gruppo più rappresentativo: Blur
Canzone più rappresentativa: Girls and Boys, 1994, Blur

Il gruppo più longevo: Pulp
Il gruppo meno longevo: Elastica
Il gruppo con il nome più bello: Suede
Il gruppo con il nome più brutto: Ocean Color Scene
Il gruppo più sottovalutato: Supergrass
Il gruppo più sopravvalutato: The Verve

Il più figo: Alex James, Blur
La più figa: Louise Wener, Sleeper
Il più simpatico: Liam Gallagher, Oasis
Il più antipatico: Liam Gallagher, Oasis

L’artista: Damien Hirst
La modella: Kate Moss
La droga: cocaina
La città: qualunque città britannica

mercoledì 3 ottobre 2007

Indipendence Days

Il termine indie sta per indipendente ed è usato per descrivere non tanto un genere musicale, quanto un genere di artista che produce e pubblica il suo lavoro al di fuori di qualsiasi logica mediatica e consumistica. Ciò gli permette di una maggior libertà espressiva, a scapito però di una minore visibilità e di una scarsa reperibilità sul mercato.

La domanda che mi pongo è: cosa oggi è veramente indie?
Ho provato l’altro giorno a fare un esperimento per vedere se avevo un’accezione della parola corretta e se i miei sospetti fossero fondati. Allora ho digitato la parola “indie” nel motore di ricerca di YouTube ( www.youtube.it ) e quello che ne è venuto fuori è stato un risultato tutto sommato soddisfacente. Sinceramente speravo di peggio, anche se comunque mi aspettavo la comparsa di certi risultati. Tra i primi venti compaiono infatti più di una volta i The Killers. Ora è proprio questa la questione che mi preme spiegare. Non che io abbia qualcosa di personale contro i Killers, anche perché non credo di averli ascoltati più di un paio di volte, quanto basta per capire cosa fanno. Ma il fatto di essere etichettati come gruppo indie fa capire il genere di confusione che si aggira ormai attorno questo termine. Se guardavate quell’orribile TV musicale di nome Flux (libera fino a poco tempo fa, oggi a pagamento) certamente capirete di cosa sto parlando. Giovani, carini, con strumenti vintage, all star ai piedi, arroganza anglosassone, un sound un po’ grezzo e diretto, riff semplici, pantaloni stretti, bravi ad urlare e soprattutto “The …e poi mettici qualsiasi cazzata” (The Rakes, The Brakes, The Fakes, The Corn Flakes (no, questi ultimi li ho inventati io) ma soprattutto “indie”(userò le virgolette d’ora in poi per differenziarne i significati).
Rolling Stone l’ha definita come un’ondata “ nu rave disco wave punk”. Molti la definiscono indie rock. La ricetta è comunque molto semplice, e forse i media e le case discografiche hanno colto il maggiore interesse verso la scena indipendente di questi anni per farne una formula semplice da replicare, e soprattutto per attrarre i giovani, che fieri si forgieranno della loro nuova etichetta per dichiarasi degli alternativi. O forse le major hanno sempre pescato dal calderone indipendente i talenti da proporre sulla scena mondiale, svuotandoli poi della loro portata innovativa man mano per definire un genere preciso. Ora, in entrambi i casi, perché oggi li definiamo “indie”? Ho trovato delle cose interessanti su Wikipedia ( it.wikipedia.org/wiki/Musica_indie ), mi trovo d’accordo per la maggior parte delle cose scritte, anche se proprio alla fine anche l’enciclopedia cade in fallo in un contradditorio capitolo sul look. Già parlare di look di per sé significa rimandare ad uno stile, cioè un modo di vestirsi e creare un’immagine di se ( e sottolineo immagine), cosa che mi pare improbabile visto che gli artisti indipendenti appartengono ad una scena estremamente eterogenea, sia a livello delle fonti e del clima culturale in cui nascono. Il resto è una successione di contraddizioni come la frase : “Come per varie altre correnti musicali (Punk, New Wave, Rockabilly) la "generazione Indie" ha un proprio particolare modo di vestire”

L’ambiguità del termine sembra ormai risolta, e credo che sia chiara la sua vera natura. C’è inoltre tutta una serie di questioni legate esclusivamente alla musica. Quello che viene messa in discussione adesso è la validità di questi artisiti , cioè la qualità della musica che propongono. Se parliamo di “indie” nella maggiorparte dei casi quello che propongono non è musica , ma uno stile, cioè un codice culturale che rimanda ad una certo modo di far musica, di atteggiarsi, di vestire, codificato e appunto riconoscibile e acquisibile dalla massa. Ma la musica, se ci sforziamo di puntare l’orecchio su di essa, in molti casi è assolutamente trascurabile, in alcuni scadente. Provate ad ascoltare un loro cd…e provate a riascoltarlo…non credo che lo riascolterete di nuovo, perché come ogni oggetto che non è altro se non oggetto di consumo, una volta usato lo si getta. Con questo non voglio assolutamente dire che tutto ciò che appartiene ormai alla cultura di massa non sia valido. Esistono gruppi erroneamente etichettati sotto questo nome, ma che non c’entrano propriamente con questa scena, che sono validissimi ( e qui vi butto i The Strokes). D’altra parte non significa che tutta la musica appartenente alla scena indipendente sia valida, ma è sicuramente più varia e interessante, e soprattutto “contiene” ancora qualcosa, per ora ancora vergine, un domani chissà. Una domanda: ora che sappiamo che il nostro “indie” non ha portato a nulla, chi smuoverà ancora le scene di un prossimo futuro? Chi tra questi gruppi sopravviverà? Forse dovremo coniare un nuovo termine per loro: post-indipendenti, così solo per non creare equivoci.