Alternative rock, mai nella vita due parole mi hanno provocato sentimenti tanto contrastanti come alternative Rock.
Ogni decennio è caratterizzato da uno stile musicale, d’accordo, ma la musica degli anni 90 aveva qualcosa di particolare, qualcosa che fu frettolosamente descritto con questa grande ma vuota parola, “alternative”.
Alternativo poi a cosa, in fondo nessuno lo ha mai capito.
Io avrei utilizzato una espressione molto più semplice e diretta: musica intelligente, o ancora più semplicemente, bella.
Musica che affondava le radici nelle ceneri del punk americano, morto di fatto già nel 1982, ma che contaminò come un fall out radioattivo tutta la nascente scena underground, che, esaurita la furia politica ed iconoclasta tipica soprattutto del punk californiano, continuò a svilupparne le tematiche nichiliste, l’estetica controcorrente e l’attitudine all’autoproduzione e al controllo creativo totale sul prodotto finale, anche a discapito di un maggior successo commerciale.
Erano gli anni del post punk, degli eterei Pixies, dei pesantissimi e monumentali Melvins, dei carismatici Sonic Youth, degli sperimentali Dinosaurs Jr, relegati ai circuiti uderground di appassionati e alle college radio, mentre sui grandi network, su MTV, e nelle arene, si consumavano gli ultimi patetici eccessi dell’hair metal, dei fuseaux rosa, del glam più ridicolo e ormai ridotto a un circo burlesque.
Fu un ragazzino biondo (e dannatamente figo) cresciuto nei dintorni di Seattle a cambiare la storia.
Amico di lunga data dei Melvins, cresciuto nella Seattle della crisi economica e delle disillusioni, Kurt Cobain riversò come moltissimi adolescenti nel mondo, la sua rabbia in musica, cercando di scrivere canzoni che avessero “la melodia dei Pixies e l’energia dei Ramones” (come ebbe modo di dire più tardi), creando i Nirvana.
Dopo qualche demo e l’album Bleach prodotto dalla Sub Pop (ancora oggi etichetta culto di Seattle), nel 1991 Kurt e soci vennero arruolati dalla Geffen (che insieme ad altre major teneva d’occhio da tempo la scena), pronti a lanciare l’album Nevermind.
Dirà il sig. Geffen in persona, qualche mese prima: “prevediamo che l’album venda come l’ultimo dei Sonic Youth: 200.000 copie sarà un buon risultato, 300.000 un successo”.
L’album venderà, in pochi mesi, 21 milioni di copie. Quello che accadde in quei mesi lontani fu straordinario, tanto da rendere straordinario l’intero decennio; una intera generazione di capelli cotonati, spandex, glam, coretti ed eccessi, cessò semplicemente di esistere.
Forse il pubblico aprì finalmente gli occhi e vide la tristezza e lo squallore di quel mondo, dopo che per anni era stato indottrinato a farselo piacere, a fingere credere che quello fosse il migliore dei mondi possibili.
E invece no, purtroppo questo mondo è ben lungi dall’essere perfetto, e quei nuovi gruppi, quegli artisti in anfibi e camicioni a quadri, cominciarono semplicemente a dircelo, a gridarcelo.
I gruppi alternative cantavano di sentimenti profondi, di amicizia vera, di dolore, di illusioni e fallimenti, di amore, tradimenti, nichilismo totale, frustrazioni esistenziali, scarsa fiducia nel futuro, vuoto completo di significato dell’esistenza, rabbia troppo a lungo repressa.
Molti gruppi vennero tirati fuori dall’anonimato, si coniò il termine “grunge” (su cui torneremo), le radio commerciali si riempiono di Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Radiohead, Stone Temple Pilots, Alice in Chains.
Erano gli anni del Lollapalooza e del Warped tour, si tornò a parlare di musica colta, di profondità dei testi, di impegno sociale e politico, di vivere veramente il proprio spessore artistico senza finzioni o recite.
C’era in giro insomma un sacco di gran bella musica, per chi amava il rock ovviamente (per gli altri c’erano i Take That), che si chiamasse poi alternative, indie, grunge o post punk o post rock o post qualunque-cosa-vi-venga-in-mente non mi interessava un gran che, anche perché continuare a chiamare “alternative” o “underground” gruppi da 10 milioni di copie vendute e tour mondiali cominciava a essere ridicolo, al di la delle facili etichette da scaffale del supermercato.
In realtà la maggior parte dei gruppi realmente alternativi restarono nell’ombra in cui si trovavano nel 1989, magari felici di vendere qualche copia in più ma senza la necessità di diventare star mondiali.
Dopo il grunge e la tragica fucilata che ne decretò la fine, venne il momento di gruppi meno nichilisti ma ugualmente validi, dai Therapy? ai Girls vs. Boys, dai Green Day (si, anche loro!) agli Screaming Trees, dalle L7 ai Foo Fighters. Come spesso accade a ogni ricambio generazionale, ben pochi di loro superarono vivi il decennio, umiliati ora anche da un revival anni 80 che oramai sfiora lo squallore, mentre il pop disimpegnato ha ripreso possesso delle charts e dei palinsesti radiotelevisivi.
Di loro mi restano tanti ottimi album che occupano la maggior parte del mio armadio porta cd, e canzoni stupende cui ho legato momenti bellissimi e intensi.
Questo fa la differenza, emozioni non convenzionali vissute grazie a un momento magico, unico, della musica e della cultura rock, che per un attimo, un breve attimo come negli anni70, sembrò prendere il sopravvento su quella pop. Per intenderci, dalla fine degli anni 90 gli Stati Uniti hanno smesso di produrre musica accettabile, parlo specialmente del rock, e se si escludono pochi casi isolati, sono comunque ormai incapaci di organizzare una vera scena.
Il rock è tornato ad essere british, seguendo un unico ininterrotto flusso che va dai Beatles agli Artic Monkeys, e che negli anni 90 aveva i volti e le frangette di due fratelli di Manchester… ma questa è una storia che racconteremo la prossima volta.
Ogni decennio è caratterizzato da uno stile musicale, d’accordo, ma la musica degli anni 90 aveva qualcosa di particolare, qualcosa che fu frettolosamente descritto con questa grande ma vuota parola, “alternative”.
Alternativo poi a cosa, in fondo nessuno lo ha mai capito.
Io avrei utilizzato una espressione molto più semplice e diretta: musica intelligente, o ancora più semplicemente, bella.
Musica che affondava le radici nelle ceneri del punk americano, morto di fatto già nel 1982, ma che contaminò come un fall out radioattivo tutta la nascente scena underground, che, esaurita la furia politica ed iconoclasta tipica soprattutto del punk californiano, continuò a svilupparne le tematiche nichiliste, l’estetica controcorrente e l’attitudine all’autoproduzione e al controllo creativo totale sul prodotto finale, anche a discapito di un maggior successo commerciale.
Erano gli anni del post punk, degli eterei Pixies, dei pesantissimi e monumentali Melvins, dei carismatici Sonic Youth, degli sperimentali Dinosaurs Jr, relegati ai circuiti uderground di appassionati e alle college radio, mentre sui grandi network, su MTV, e nelle arene, si consumavano gli ultimi patetici eccessi dell’hair metal, dei fuseaux rosa, del glam più ridicolo e ormai ridotto a un circo burlesque.
Fu un ragazzino biondo (e dannatamente figo) cresciuto nei dintorni di Seattle a cambiare la storia.
Amico di lunga data dei Melvins, cresciuto nella Seattle della crisi economica e delle disillusioni, Kurt Cobain riversò come moltissimi adolescenti nel mondo, la sua rabbia in musica, cercando di scrivere canzoni che avessero “la melodia dei Pixies e l’energia dei Ramones” (come ebbe modo di dire più tardi), creando i Nirvana.
Dopo qualche demo e l’album Bleach prodotto dalla Sub Pop (ancora oggi etichetta culto di Seattle), nel 1991 Kurt e soci vennero arruolati dalla Geffen (che insieme ad altre major teneva d’occhio da tempo la scena), pronti a lanciare l’album Nevermind.
Dirà il sig. Geffen in persona, qualche mese prima: “prevediamo che l’album venda come l’ultimo dei Sonic Youth: 200.000 copie sarà un buon risultato, 300.000 un successo”.
L’album venderà, in pochi mesi, 21 milioni di copie. Quello che accadde in quei mesi lontani fu straordinario, tanto da rendere straordinario l’intero decennio; una intera generazione di capelli cotonati, spandex, glam, coretti ed eccessi, cessò semplicemente di esistere.
Forse il pubblico aprì finalmente gli occhi e vide la tristezza e lo squallore di quel mondo, dopo che per anni era stato indottrinato a farselo piacere, a fingere credere che quello fosse il migliore dei mondi possibili.
E invece no, purtroppo questo mondo è ben lungi dall’essere perfetto, e quei nuovi gruppi, quegli artisti in anfibi e camicioni a quadri, cominciarono semplicemente a dircelo, a gridarcelo.
I gruppi alternative cantavano di sentimenti profondi, di amicizia vera, di dolore, di illusioni e fallimenti, di amore, tradimenti, nichilismo totale, frustrazioni esistenziali, scarsa fiducia nel futuro, vuoto completo di significato dell’esistenza, rabbia troppo a lungo repressa.
Molti gruppi vennero tirati fuori dall’anonimato, si coniò il termine “grunge” (su cui torneremo), le radio commerciali si riempiono di Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Radiohead, Stone Temple Pilots, Alice in Chains.
Erano gli anni del Lollapalooza e del Warped tour, si tornò a parlare di musica colta, di profondità dei testi, di impegno sociale e politico, di vivere veramente il proprio spessore artistico senza finzioni o recite.
C’era in giro insomma un sacco di gran bella musica, per chi amava il rock ovviamente (per gli altri c’erano i Take That), che si chiamasse poi alternative, indie, grunge o post punk o post rock o post qualunque-cosa-vi-venga-in-mente non mi interessava un gran che, anche perché continuare a chiamare “alternative” o “underground” gruppi da 10 milioni di copie vendute e tour mondiali cominciava a essere ridicolo, al di la delle facili etichette da scaffale del supermercato.
In realtà la maggior parte dei gruppi realmente alternativi restarono nell’ombra in cui si trovavano nel 1989, magari felici di vendere qualche copia in più ma senza la necessità di diventare star mondiali.
Dopo il grunge e la tragica fucilata che ne decretò la fine, venne il momento di gruppi meno nichilisti ma ugualmente validi, dai Therapy? ai Girls vs. Boys, dai Green Day (si, anche loro!) agli Screaming Trees, dalle L7 ai Foo Fighters. Come spesso accade a ogni ricambio generazionale, ben pochi di loro superarono vivi il decennio, umiliati ora anche da un revival anni 80 che oramai sfiora lo squallore, mentre il pop disimpegnato ha ripreso possesso delle charts e dei palinsesti radiotelevisivi.
Di loro mi restano tanti ottimi album che occupano la maggior parte del mio armadio porta cd, e canzoni stupende cui ho legato momenti bellissimi e intensi.
Questo fa la differenza, emozioni non convenzionali vissute grazie a un momento magico, unico, della musica e della cultura rock, che per un attimo, un breve attimo come negli anni70, sembrò prendere il sopravvento su quella pop. Per intenderci, dalla fine degli anni 90 gli Stati Uniti hanno smesso di produrre musica accettabile, parlo specialmente del rock, e se si escludono pochi casi isolati, sono comunque ormai incapaci di organizzare una vera scena.
Il rock è tornato ad essere british, seguendo un unico ininterrotto flusso che va dai Beatles agli Artic Monkeys, e che negli anni 90 aveva i volti e le frangette di due fratelli di Manchester… ma questa è una storia che racconteremo la prossima volta.