mercoledì 3 ottobre 2007

Indipendence Days

Il termine indie sta per indipendente ed è usato per descrivere non tanto un genere musicale, quanto un genere di artista che produce e pubblica il suo lavoro al di fuori di qualsiasi logica mediatica e consumistica. Ciò gli permette di una maggior libertà espressiva, a scapito però di una minore visibilità e di una scarsa reperibilità sul mercato.

La domanda che mi pongo è: cosa oggi è veramente indie?
Ho provato l’altro giorno a fare un esperimento per vedere se avevo un’accezione della parola corretta e se i miei sospetti fossero fondati. Allora ho digitato la parola “indie” nel motore di ricerca di YouTube ( www.youtube.it ) e quello che ne è venuto fuori è stato un risultato tutto sommato soddisfacente. Sinceramente speravo di peggio, anche se comunque mi aspettavo la comparsa di certi risultati. Tra i primi venti compaiono infatti più di una volta i The Killers. Ora è proprio questa la questione che mi preme spiegare. Non che io abbia qualcosa di personale contro i Killers, anche perché non credo di averli ascoltati più di un paio di volte, quanto basta per capire cosa fanno. Ma il fatto di essere etichettati come gruppo indie fa capire il genere di confusione che si aggira ormai attorno questo termine. Se guardavate quell’orribile TV musicale di nome Flux (libera fino a poco tempo fa, oggi a pagamento) certamente capirete di cosa sto parlando. Giovani, carini, con strumenti vintage, all star ai piedi, arroganza anglosassone, un sound un po’ grezzo e diretto, riff semplici, pantaloni stretti, bravi ad urlare e soprattutto “The …e poi mettici qualsiasi cazzata” (The Rakes, The Brakes, The Fakes, The Corn Flakes (no, questi ultimi li ho inventati io) ma soprattutto “indie”(userò le virgolette d’ora in poi per differenziarne i significati).
Rolling Stone l’ha definita come un’ondata “ nu rave disco wave punk”. Molti la definiscono indie rock. La ricetta è comunque molto semplice, e forse i media e le case discografiche hanno colto il maggiore interesse verso la scena indipendente di questi anni per farne una formula semplice da replicare, e soprattutto per attrarre i giovani, che fieri si forgieranno della loro nuova etichetta per dichiarasi degli alternativi. O forse le major hanno sempre pescato dal calderone indipendente i talenti da proporre sulla scena mondiale, svuotandoli poi della loro portata innovativa man mano per definire un genere preciso. Ora, in entrambi i casi, perché oggi li definiamo “indie”? Ho trovato delle cose interessanti su Wikipedia ( it.wikipedia.org/wiki/Musica_indie ), mi trovo d’accordo per la maggior parte delle cose scritte, anche se proprio alla fine anche l’enciclopedia cade in fallo in un contradditorio capitolo sul look. Già parlare di look di per sé significa rimandare ad uno stile, cioè un modo di vestirsi e creare un’immagine di se ( e sottolineo immagine), cosa che mi pare improbabile visto che gli artisti indipendenti appartengono ad una scena estremamente eterogenea, sia a livello delle fonti e del clima culturale in cui nascono. Il resto è una successione di contraddizioni come la frase : “Come per varie altre correnti musicali (Punk, New Wave, Rockabilly) la "generazione Indie" ha un proprio particolare modo di vestire”

L’ambiguità del termine sembra ormai risolta, e credo che sia chiara la sua vera natura. C’è inoltre tutta una serie di questioni legate esclusivamente alla musica. Quello che viene messa in discussione adesso è la validità di questi artisiti , cioè la qualità della musica che propongono. Se parliamo di “indie” nella maggiorparte dei casi quello che propongono non è musica , ma uno stile, cioè un codice culturale che rimanda ad una certo modo di far musica, di atteggiarsi, di vestire, codificato e appunto riconoscibile e acquisibile dalla massa. Ma la musica, se ci sforziamo di puntare l’orecchio su di essa, in molti casi è assolutamente trascurabile, in alcuni scadente. Provate ad ascoltare un loro cd…e provate a riascoltarlo…non credo che lo riascolterete di nuovo, perché come ogni oggetto che non è altro se non oggetto di consumo, una volta usato lo si getta. Con questo non voglio assolutamente dire che tutto ciò che appartiene ormai alla cultura di massa non sia valido. Esistono gruppi erroneamente etichettati sotto questo nome, ma che non c’entrano propriamente con questa scena, che sono validissimi ( e qui vi butto i The Strokes). D’altra parte non significa che tutta la musica appartenente alla scena indipendente sia valida, ma è sicuramente più varia e interessante, e soprattutto “contiene” ancora qualcosa, per ora ancora vergine, un domani chissà. Una domanda: ora che sappiamo che il nostro “indie” non ha portato a nulla, chi smuoverà ancora le scene di un prossimo futuro? Chi tra questi gruppi sopravviverà? Forse dovremo coniare un nuovo termine per loro: post-indipendenti, così solo per non creare equivoci.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Credo che la questione della terminologia specifica "indie" e quanto derivi da questa cercata classificazione sia solo una piccola parte del meccanismo generale che fa riflettere su quanto ci sia di vero nella finalità della musica proposta tutt'oggi dal mondo del buisness musicale. Irrimediabilmente tutto quello che potrebbe creare cambiamento, e perchè no un rivoluzionamento musicale, viene compressato in un bel scatolone etichettato con i nuovi termini del momento "indie" "alternative" e quanti ne seguono. Solo e da sempre per un unico motivo: i soldi. I soldi muovono tutto questo odierno mondo musicale, il meccanismo che prevede di portare nuovi standard modaioli da proporre alla massa. Ecco che in questo contesto si crea una nuova classificazione: chi vuole essere "alternativo" deve standardizzarsi al modo di vestire degli "alternativi" creando un circolo vizioso senza mai fine. Di conseguenza si deve anche standardizzare alla musica da sentire, che anche se penosa e senza significati, è utile a ricordare agli altri quanto si è fottutamente alternativi. Ulteriore consegnuenza è la necessità di gioppini vestiti a dovere messi in televisione a "suonare" le loro canzoni idiote di cui mai nessuno si ricorderà più non appena il video in heavy rotation verrà cancellato. C'è poco da fare, le cose vanno così, e sono sempre andate cosi. Basta nominare il punk e tutti nominano i Sex Pistol, a mio parere la prima oscena prova di boy band. La merda in musica, distanti milioni di anni luce dal punk nella sua idea originaria. E potremmo continuare all'infinito, negli anni ottanta, nei novanta, e fino ad oggi. Quello che rappresenta innovazione viene fiutato subito dal mondo del buisness, dalla moda, da chi detta gli standard, e irrimediabilmente viene corrotto e distorto. Chi cerca emozioni, piacere, conforto nella musica sa bene che dovrà cercare a fondo per trovare qualcosa che valga la pena veramente di chiamare tale.
R'n'R

uk90s ha detto...

Sono d'accordo con quello che dici sl meccanismo del mercato. Ma il fatto che mi sembra preoccupante, ed è una mia sensazione, è che l'interesse che l'indie sta suscitando ultimamente ne sta compromettendo la realtà. Oggi è figo solo interessarsi di quell'universo di indipendenti, di creativi, escono giornali dedicati come Hot o Pigmag, ID in uk, . Insomma il tabù è stato rotto, e non è più possibile tracciare dei confini, tornare indietro. Questo è un bene o un male a seconda dei punti di vista .